sabato 1 aprile 2017

Gaetano Afeltra, estimatore del Peperoncino come alcuni tra i più importanti personaggi dell’economia e della finanza.





 Gaetano Afeltra, scrittore ed esimio giornalista del Corriere della Sera, ha immortalato nei suoi  libri i ricordi della giovinezza trascorsa nella sua splendida Amalfi. In “Spaghetti all’acqua di mare” rivela di essere un grande estimatore del Peperoncino e racconta  delle modalità della sua conservazione al sole del suo paese e della scrupolosa  cura che ad esso era dedicata.

Racconta che grandi personaggi dell’economia e della finanza come lui amavano il gusto  piccante del peperoncino e ne facevano oggetto di conversazione nei momenti lasciati liberi dai gravosi impegni delle loro attività.



 Amalfi è tutta distesa sul mare. Alle sue spalle, ma a breve distanza dalla riva, addirittura attaccati alle case, ci sono i monti Lattari, una specie di grande muraglia di roccia che ai tempi della Repubblica la proteggeva dalle incursioni dei turchi, dei saraceni e dei normanni.
Sul lungomare la città è una sfilza di botteghe, alberghi, scuole, tabaccai, boutiques. In piazza sono esposti i pesci su lunghe bancarelle odoranti di mare, infiocchettati da alghe marine e intorno i limoni con le foglie, un miscuglio di colori bellissimi, stravagante tavolozza della natura.
Alle finestre, sulle terrazze, come ghirlande hawaiane, «scette» di sessanta-settanta peperoncini con i gambi cuciti con un filo e ben distanziati l'uno dall'altro, rossi e lucidi da sembrare porcellane di Capodimonte.
Per diventare forti e terribili devono seguire un cammino paziente. Sembra facile, ma non lo è. Vanno esposti quando il sole è già alto lasciando che si nutrano di quei raggi infuocati per poi asciugarsi lentamente e infine seccarsi. Attenzione: prima che l'ombra cali, i peperoncini devono essere ritirati e coperti con un velo di garza. Così per trenta giorni finché diventano secchi, raggrinziti ma con una tale forza di fuoco infernale da far tirare fuori la lingua quando la forchetta ne imbriglia un pezzettino nella matassa di spaghetti all'aglio olio e peperoncino. Tale è il bruciore in bocca che nelle trattorie gli avventori si fanno vento con le mani, trovando sol­lievo in grandi sorsate di vino freddo da ampi boccali pieni di ghiaccio e di fette di limone. A sentir loro, un tormento e una delizia.
Raffaele Mattioli, la grande mente della Banca Commerciale, uomo di vasta cultura, umanista, fedele alle amicizie, schivo di onori, galantuomo nel senso più esteso della parola, un muro in cui chi aveva bisogno di appoggiarsi trovava sempre sostegno, era una persona dai gusti semplici. I peperoncini erano la sua passione. Io gli ero legato da affetto filiale e lui mi voleva un gran bene. Sono stato il tramite di tante buone azioni che lui faceva a patto che non si sapessero. Era un gran consumatore di peperoncini. Ogni anno voleva che, al mio ritorno dalle vacanze amalfitane, gliene portassi tanti da bastare per l'intera annata. Voleva quelli e non altri, perché era lui stesso, da Milano, a curarseli come fiori di serra.
Tutte le mattine Raffaele Mattioli mi telefonava dal suo trono della Comit. Io sapevo che era più un vezzo che altro, un modo, anche questo di tenersi per mano. Sono certo che ancor oggi le signorine del centralino se ne ricordano. Diceva: chiamatemi Amalfi. Capivano al volo. 089-871099. Talvolta rispondeva mio fratello monsignore. Mattioli non si scomponeva. Come un cardinale di curia, sfoggiava disquisizioni teologiche, citando i padri della Chiesa, salvo poi interrompersi dolcemente: «Be', volevo notizie dei peperoncini. C'è Gaetano?». La prima cosa che mi chiedeva era:  “A che punto sono? Quanti altri giorni?». «Una decina». «Mi raccomando. Fa' seguire bene. Controlla». «Stia tranquillo, c'è mia madre e le mie sorelle che ci badano». Non ho mai capito se avesse bisogno di una distrazione del genere prima di iniziare il lavoro. Non mi meraviglierei neanche se fosse stato un rituale scaramantico: un modo di esorcizzare il male, sempre imprevedibile. Mattioli poteva avere queste eccentricità di cui per primo rideva.

Poi ridiventava il banchiere. Riceveva, sbrigava, seguiva, vedeva. Andava a presiedere il comitato e le sue decisioni erano esemplari. La grande Comit l'ha fatta lui. Passino, dunque, i peperoncini.
Il quantitativo richiesto man mano aumentava. .Non tutto si poteva fare a casa. La più fidata per un'operazione così meticolosa era Giulinella, una popolana molto bella, nera di capelli, madre di otto figli, un fusto di donna. Essa si sentì subito investita di una grande responsabilità al punto che ogni volta che passavo davanti alla sua casa mi chiamava dentro per farmi constatare con che scrupolo sbrigava il delicato incarico: un figlio stava di guardia al balcone, in modo da seguire i movimenti del sole per l'esposizione e per il ritiro dei peperoncini al momento giusto. Giulinella non c'è più, anche lei se n'è andata; ma a quattro anni di distanza il figlio, per onorarne la memoria, racconta questo episodio con orgoglio per la fiducia che alla madre era stata accordata da un pezzo grosso di Milano.
Nei pranzi che la moglie, signora Lucia, preparava nella sua casa di via Morone - ospiti abituali La Malfa, Tino, Bacchelli, Titta Rosa e l'architetto Zanini - dove la politica spesso diventava secondaria all'arte culinaria, e il pettegolezzo letterario generava risate clamorose e aneddoti sorprendenti, di peperon­cini, oltre a quelli che la signora Lucia aveva «asso­ciato» alle pietanze, Mattioli ne teneva sempre due o tre a portata di mano da spezzare e aggiungere perché, come diceva lui: «Questo è fonte di salute». Fa bene alla mente, pulisce il fegato, è il più forte disinfettante intestinale e contiene tutte le vitamine». Sembrava, mangiando, che facesse una lezione di medicina. Ne parlava anche in banca, alla sera, quando intorno al suo tavolo Bombieri, Cingano, Russo, Braggiotti, Brusa, Corna - il vertice della Comit - esausti di economia, discutevano di libri e di poeti, di edizioni Ricciardi e di Petrarca, di peperoncini e di Guicciardini, di Benedetto Croce e di belle signore.

Tratto da Gaetano Afeltra, Spaghetti all’acqua di mare, Avigliano editore
Foto: Una bancarella al mercato di Campo di Fiori. Altra da GreenLife.

venerdì 6 gennaio 2017

U SCACCARICCHIO – storie di paese di Marilena Ferrara


E' una raccolta di antiche storielle, narrate all'autrice dalla madre e riscritte in maniera assolutamente originale, arricchite da un fantasioso corredo grafico curato dal marito Carlantonio Ciufo, che contribuisce a rendere piacevole la lettura del testo.

Marilena nel suo delicatissimo libro ha inteso offrire il suo “tesoretto” di fiabe, ascoltate nella prima infanzia davanti al grande camino della casa di famiglia in Basilicata, ai suoi nipoti e pro-nipotini, amorevolmente attenta al loro sviluppo ed alla loro formazione. Ad essi quindi dedica il suo libro di fiabe, con l'intento di trasmettere i messaggi educativi ricevuti e filtrati dalla sua sensibilità di insegnante, e i moniti a mantenere integro, attraverso il filo della memoria, il legame che li unisce al grande focolare della famiglia ed all' antica saggezza del popolo lucano”.

Le fiabe, infatti, hanno un’importanza essenziale nello sviluppo del bambino e raccontarle dovrebbe essere un elemento imprescindibile per tutti i genitori, i nonni, gli zii, gli insegnanti e gli educatori in genere. La narrazione di episodi veri o fantastici permette di trasmettere al bambino quel bagaglio di valori civili e ideali come l'obbedienza, l'onestà, la disponibilità e la solidarietà verso gli altri, necessari per un corretto sviluppo della personalità.

I protagonisti delle fiabe che Marilena trae dalla sua memoria di bambina, sono personaggi della vita comune, d'altri tempi, è vero, ma che riflettono ancor oggi lo spirito semplice di personaggi della quotidianità ricco di rispetto, buon senso, arguzia, ironia.

In questo viaggio fantastico incontriamo il Cardalana, Filippo con il suo paniere, Re Pipino, Ndruondolo, Mustaccio, il Gatto Maimone, il lupo di Gubbio e tanti altri personaggi della fantasia.

Personaggio d'eccezione è lo Scarcaricchio, denominato anche Monacello, da cui il titolo del libro, della cui esistenza si ritrova traccia nella cultura popolare partenopea e lucana tanto che anche Carlo Levi ne parla nel suo “Cristo si è fermato ad Eboli” descrivendolo come un essere piccolissimo ed allegro che corre veloce qua e là, facendo ogni sorta di dispetto.
Nel libro esso è descritto come “uno spiritello beffardo vestito da frate, con cappuccio rosso sulla fronte, gli occhi furbi, un viso da fanciullo” probabilmente “lo spirito di qualche bambino morto appena nato e fatto santo” che continua a vagare per l'eternità e a fare bonari scherzi agli umani (il riferimento ai Lari e Penati di romana memoria è chiaro!). Marilena ricorda che lo Scarcaricchio, ai tempi della sua infanzia, aveva fatto sentire la sua presenza anche in alcuni luoghi del suo paese e ci ammonisce che, nel caso dovessimo avere a che fare con tale “scomodo inquilino”, non potremmo far altro che farcene una ragione ed imparare a conviverci.
Verità inconfutabile anche per noi lettori!

Complimenti, quindi all'autrice del libro ed a Carlantonio Ciufo per l'impaginazione e l'armoniosa veste grafica del testo.

lunedì 28 novembre 2016

Il Circo Massimo e la Torre Moletta




 Una bellissima visita domenicale in città ha offerto un’immersione nella storia di Roma e l’incontro imprevisto di un falco, forse un lontano discendente di ben più illustri rapaci che qui erano di casa e a completo loro agio. (vedi le altre foto in fondo).
 Nell’ampia spianata della Valle Murcia ai piedi, da un lato, del colle Palatino e, dall’altro, dell’Aventino, sorge l’area archeologica del Circo Massimo.
Esso fu fondato da Tarquinio Prisco e costituisce il più grande edificio per lo spettacolo dell’antichità. Qui si svolgevano manifestazioni pubbliche di ogni tipo, competizioni ippiche, cacce con animali esotici, rappresentazioni teatrali, processioni religiose e trionfali. Si estendeva su un area di 600 mt. per 200, con una capacità di 250.000 posti. Fu completamente distrutto nel 64 d.c. dall’incendio di cui fu incolpato (ingiustamente?)  Nerone. Egli stesso, però, qualche decennio dopo lo ricostruì parzialmente.
Il Senato, per la celebrazione della vittoria di Vespasiano e Tito, dotò lo stadio di un arco a tre fornici. Dell’arco trionfale si sono salvate dalle ingiurie del tempo qualche tronco di colonna ed alcune lastre di marmo che recano ancora indecifrabili iscrizioni
Sul lato curvo dove sorgeva la cavea, oggi svetta una costruzione medioevale: la Torre Moletta. Fu chiamata così perché ad essa fu addossato uno dei tanti mulini che sorsero nell’area de circo per sfruttare per le loro macine la corrente delle ruscello detto Acqua Mariana il cui corso, nel XIII secolo, fu convogliato nell’area del circo.
Ai piedi della Torre sono oggi visibili gli unici reperti del Circo Massimo: le gradinate della cavea con ambienti affiancati, in origine di tre piani. Verso l’esterno sono i resti della strada basolata che girava intorno a tutta l’area nonché una grande vasca in travertino forse utilizzata come abbeveratoio, ed alcune stanze utilizzate come botteghe, lavanderie o locande.

 

mercoledì 2 novembre 2016

2 Novembre - Riflessioni




Ognuno sta solo sul cuor della terra
trafitto da un raggio di sole
ed è subito sera
(Salvatore Quasimodo)



martedì 1 novembre 2016

Un'altra attrazione a Gaeta


 


Inaugurata la tanto attesa "Fontana artistica" sul centralissimo lungomare Caboto.
Ad ornamento della fontana, che con giochi d'acqua ed effetti luminosi arricchisce ed esalta il già spettacolare paesaggio urbano, è posta la scultura di San Francesco che predica ai gabbiani, opera dell'artista Ruggero Di Lollo. La scultura in bronzo dorato, si ispira celebra la storica visita che il santo fece alla città nel 1202.
Il sindaco Mitrano ha "tagliato il nastro" alla presenza di un'imponente folla di cittadini (si stima circa 2000) e delle autorità civili e religiose, oltre agli esponenti politici locali.







giovedì 27 ottobre 2016

IL CENTRO CONGRESSI DELL’EUR - LA NUVOLA DI FUKSAS



 

 Il Centro Congressi dell’Eur è ora una realtà. Dopo 18 anni saraà finalmente inaugurata la Nuvola, creazione dell’architetto Massimiliano Fuksas con la collaborazione di Doriana Fuksas.

Il progetto fu assegnato all’archistar nel 1998 a conclusione di un concorso del Comune di Roma a cui, per la verità, parteciparono pochissimi altri concorrenti, forse perchè perplessi sulla fattibilità di un’opera di tali dimensioni e complessità. Il nuovo centro diventerà, insieme all’edificio già esistente realizzato da Alberto Libera, il fulcro del sistema congressuale di Roma.


 Pochi dati ma significativi per illustrare la grandiosità dell’opera: il Centro sorge su un’area di 27000 mq tra Viale Europa,Viale Colombo e Viale Asia, è una struttura di 58.000 mq dimensionata per accogliere 10.000 persone. E’ previsto un albergo di 600 stanze ed un auditorium di 1.800 posti, due sale congressi rispettivamente di 5.000 e 3.000 mq. da adibire a mostre temporanee.

L’edificio che accoglie la Nuvola è una semplice (per modo di dire) scatola, un parallelepipedo di acciaio largo 75 mt., lungo 198 mt. e largo 30 mt. La Nuvola, invece, è realizzata in acciaio e teflon e, sostenuta da una fitta maglia di nervature di acciaio, e’ sospesa a mezz’aria tra il pavimento e il soffitto, all’interno dell’edificio- involucro, la quantità di acciaio che possiede è 3 volte quella utilizzata nella realizzazione della Torre Eiffel. Costo 239 milioni di euro contro 275 previsti dalla gara d’appalto.
Roma ora può contare su un adeguata struttura capace di dare una risposta alla crescente domanda di turismo congressuale con notevoli ricadute sull’economia della città; un’opera architettonica che insieme all’Auditorium di Renzo Piano, al MAXXI di Zaha Hadid, ad un secondo Auditorium in fase di realizzazione da parte di Paolo Portoghesi ed il rifacimento dei Mercati Generali ad opera di Rem Koolhass fa ripartire un ciclo di grande architettura contemporanea a Roma riportandola al livello delle principali capitali europee.


 Una grande realizzazione, dunque, ma l’architetto è amareggiato per la fredda accoglienza della conclusione della sua creatura dovuta a ragioni certamente a lui non imputabili. Anche scarsa è la pubblicità che è stata data all’annuncio dell’inaugurazione sabato 29 c.m.

Nel corso di un’intervista all’agenzia Ansa Fuksas in data 25 ottobre 2016 ha così espresso la sua amarezza: “Non so nemmeno se ci sarò all’inaugurazione, non so cosa ci sarà, non lo sa nessuno, sembra un mistero “. A chi gli chiedeva se avesse in programma altri progetti per Roma, ha risposto “Mi volete male! No, e no, non ho altri 18 anni da aspettare. Per nessuna delle opere che ho realizzato in tutto il mondo- ha aggiunto- ci sono voluti 18 anni, nessuna”.(fonte Ansa).



Grandi ed importanti opere, l’architetto Fuksas ha realizzato in tutto il mondo, opere che riflettono la sua concezione di architettura intesa come forma d’arte in cui esprimere il proprio senso del bello. L’artista nel rispondere ai bisogni concreti della città deve anche saperne interpretare il “cuore” che si nasconde nelle sue pieghe, nei suoi interstizi, nei suoi flussi e tensioni di energie. Egli, nel rispondere alle richieste della sua committenza, deve saper anche rischiare nell’offrire soluzioni tecniche all’avanguardia che possano rendere le nostre città vivibili.
Il maestro crede che l’architettura che diventa autoreferenziale, copiando se stessa non comunica più nulla. E’ necessario, dunque, un processo inverso,mettere in discussione convenzioni e formalismi radicati. Il risultato è un’architettura nuova e anticonvenzionale la cui vera innovazione sta nel processo creativo.
Nelle sue opere Fuksas usa soluzioni spettacolari e suggestive; utilizza materiali inusuali che contribuiscono a rendere lo spazio fluido e immateriale, resine epossodiche lucidissime che spandono una diffusa luminosità delle superfici, vetri colorati, teflon, essenze legnose particolari e naturalmente vetri e acciai speciali che sostenegono le strutture con fitte maglie di nervature.