domenica 6 ottobre 2019
La Cucina al tempo dei Borboni di Bruno Di Ciaccio
Lettera - Recensione
Caro Bruno, ho letto con molto interesse il tuo ultimo lavoro sulla cucina Romanesca-Papalina che fa seguito agli altri due libri dedicati alla cucina Gaetana ed a quella Napoletana-Borbonica, tutti di particolare interesse per me perchè rappresentano, come sai, tradizioni culinarie e culturali che mi sono molto vicine. Ho trovato molto interessante il prologo al tuo libro, in realtá esso stesso un pregevole saggio sul formarsi e l'evolversi nel tempo dell' identitá culturale di un popolo che, anche nella sua tradizione gastronomica e culinaria, ha trovato il suo affermarsi e consolidarsi. Nel tuo libro hai posto ben in rilievo che nella cucina romanesca possono ricercarsi origini lontane: quelle che risalgono agli antichi fondatori della Cittá, quelle di strati sociali umili e aristocratici, quelle che attengono alle tradizioni giudaiche, ed anche quelle dovute alle sovrapposizioni e contaminazioni di popoli che si sono stabiliti ed hanno trovato accoglienza nell'Urbe senza tuttavia mai far perdere alla cucina romanesca il suo carattere peculiare: un gusto ricco, ma schietto e deciso.
Hai arricchito le ricette, selezionate sulla base della loro popolarità, con interessanti commenti e impreziosito il lavoro con bellissime immagini e citazioni tratte da illustri personaggi che hanno visitato la Cittá nei loro viaggi o, come allora si diceva, grand tour e ne hanno saputo apprezzare la buona tavola. Non hai mancato di inserire i sonetti di Aldo Fabrizi e quelli del Belli che, pieni di ironia e di sarcasmo, costituiscono veri e propri monumenti alla romanitá.
Non conosco i tuoi progetti ma sono sicuro che la tua passione ed il tuo impegno nella ricerca faranno seguire altre pregevoli opere che, al pari di queste giá realizzate, di sicuro susciteranno interesse ed apprezzamento
mercoledì 28 febbraio 2018
Le Neviere

La fabbrica della neve business dimenticato
Le neviere, in epoche in cui non esistevano frigoriferi, rappresentavano l'unica possibilità di ottenere, nei periodi caldi, bevande o cibi freddi o di poter refrigerare e quindi conservare più a lungo cibi deperibili. Le neviere hanno assunto varie forme e tipologie in funzione della zona geografica in cui si trovano e a seconda delle necessità locali. In talune zone dell'Appennino le neviere sono delle semplici buche nel terreno, pressoché circolari, con diametro di 5- 10 m . e profonde altrettanto. In altre zone, specie nell'arco alpino ma anche in molte zone appenniniche sono delle vere e proprie costruzioni in muratura, con tetto a due o a quattro falde, senza finestre ma con porta di accesso. Durante l'inverno venivano riempite con neve fresca, trasportata con carriole o con cesti a mano, la neve, se si desiderava ottenere ghiaccio, era pressata con i piedi, come si fa con l'uva durante la vendemmia, oppure con mazzuole artigianali in legno.
Spesso si facevano, se la profondità della neviera lo permetteva, più strati di neve intervallati da strati di frasche e foglie secche, che avevano funzioni isolanti. Questo sistema consentiva di mantenere freddo lo strato più profondo anche quando si estraeva la neve o ghiaccio dagli strati più superficiali.
Per il trasporto nei luoghi di utilizzo del ghiaccio si usavano vari sistemi, talvolta muli, altre volte, quando le vie lo consentivano, slitte o carrettini. Oggi delle neviere, abbandonate a se stesse e non più riconducibili a nuovi usi, rimangono solo tracce. Quelle scavate direttamente nel terreno sono state ricoperte dai detriti trascinati dello scorrere delle acque superficiali, di quelle in muratura rimangono talvolta ruderi irriconoscibili.
Non sono passati nemmeno un palo di secoli. E di tutta quella storia non rimangono che pochi, labili indizi: qualche buca nascosta tra i dirupi...un pozzo dimenticato in fondo alla cantina di un convento odi un palazzo nobiliare.., una Madonna declassata... un paio di evocazioni nascoste nelle pieghe della toponomastica: Via della Neve.
Ogni paese, ogni città ha ed ha avuto le sue vie della neve su cui viaggiavano le lunghe carovane di barrozze, i carri a due ruote, trainati da una coppia di buoi. Ogni carico si aggirava sui 750 chili e, per limitare lo “squaglio”, veniva trasferito di notte; godendo, in base a un codice stradale che dava grande importanza a un bene di consumo primario, di uno special diritto di precedenza.
Di quell’epoca davvero non si ricorda nessuno. Il mondo delle neviere finisce con l’invenzione delle macchine frigorifere. Nella Capitale la prima fabbrica apre poco dopo la fine dello Stato della Chiesa. Il ghiaccio industriale è opaco; all’inizio viene guardato con un certo sospetto. Ma non c’è battaglia. Una macchina produce cinquecento chili di ghiaccio in un’ora. E poi i produttori, precorrendo i tempi, si fanno anche la pubblicità sui giornali: «Durissimo, purissimo». Per la neve è arrivata davvero la fine della storia.
Elementi tratti da http://www.roccamonfina.org/foto_neviere.htm, con alcuni riferimenti da Luca Villoresi – La Repubblica 5 agosto 2007.
sabato 1 aprile 2017
Gaetano Afeltra, estimatore del Peperoncino come alcuni tra i più importanti personaggi dell’economia e della finanza.
Racconta che grandi
personaggi dell’economia e della finanza come lui amavano il gusto
piccante del peperoncino e ne facevano oggetto di conversazione nei momenti lasciati
liberi dai gravosi impegni delle loro attività.
Amalfi è tutta distesa sul mare.
Alle sue spalle, ma a breve distanza dalla riva, addirittura attaccati alle
case, ci sono i monti Lattari, una specie di grande muraglia di roccia che ai
tempi della Repubblica la proteggeva dalle incursioni dei turchi, dei saraceni
e dei normanni.
Sul lungomare la città è una sfilza
di botteghe, alberghi, scuole, tabaccai, boutiques. In piazza sono esposti i
pesci su lunghe bancarelle odoranti di mare, infiocchettati da alghe marine e
intorno i limoni con le foglie, un miscuglio di colori bellissimi, stravagante
tavolozza della natura.
Alle finestre, sulle
terrazze, come ghirlande hawaiane, «scette» di sessanta-settanta peperoncini con
i gambi cuciti con un filo e ben distanziati l'uno dall'altro, rossi e lucidi
da sembrare porcellane di Capodimonte.
Per diventare forti e terribili
devono seguire un cammino paziente. Sembra facile, ma non lo è. Vanno esposti
quando il sole è già alto lasciando che si nutrano di quei raggi infuocati per
poi asciugarsi lentamente e infine seccarsi. Attenzione: prima che l'ombra
cali, i peperoncini devono essere ritirati e coperti con un velo di garza. Così
per trenta giorni finché diventano secchi, raggrinziti ma con una tale forza di
fuoco infernale da far tirare fuori la lingua quando la forchetta ne imbriglia
un pezzettino nella matassa di spaghetti all'aglio olio e peperoncino. Tale è
il bruciore in bocca che nelle trattorie gli avventori si fanno vento con le
mani, trovando sollievo in grandi sorsate di vino freddo da ampi boccali pieni
di ghiaccio e di fette di limone. A sentir loro, un tormento e una delizia.
Raffaele Mattioli, la grande mente
della Banca Commerciale, uomo di vasta cultura, umanista, fedele alle amicizie,
schivo di onori, galantuomo nel senso più esteso della parola, un muro in cui
chi aveva bisogno di appoggiarsi trovava sempre sostegno, era una persona dai
gusti semplici. I peperoncini erano la sua passione. Io gli ero legato da affetto
filiale e lui mi voleva un gran bene. Sono stato il tramite di tante buone
azioni che lui faceva a patto che non si sapessero. Era un gran consumatore di
peperoncini. Ogni anno voleva che, al mio ritorno dalle vacanze amalfitane,
gliene portassi tanti da bastare per l'intera annata. Voleva quelli e non
altri, perché era lui stesso, da Milano, a curarseli come fiori di serra.
Tutte le mattine
Raffaele Mattioli mi telefonava dal suo trono della Comit. Io sapevo che era
più un vezzo che altro, un modo, anche questo di tenersi per mano. Sono certo
che ancor oggi le signorine del centralino se ne ricordano. Diceva: chiamatemi
Amalfi. Capivano al volo. 089-871099. Talvolta rispondeva mio fratello
monsignore. Mattioli non si scomponeva. Come un cardinale di curia, sfoggiava
disquisizioni teologiche, citando i padri della Chiesa, salvo poi interrompersi
dolcemente: «Be', volevo notizie dei peperoncini. C'è Gaetano?». La prima cosa
che mi chiedeva era: “A che punto sono?
Quanti altri giorni?». «Una decina». «Mi raccomando. Fa' seguire bene.
Controlla». «Stia tranquillo, c'è mia madre e le mie sorelle che ci badano».
Non ho mai capito se avesse bisogno di una distrazione del genere prima di
iniziare il lavoro. Non mi meraviglierei neanche se fosse stato un rituale
scaramantico: un modo di esorcizzare il male, sempre imprevedibile. Mattioli
poteva avere queste eccentricità di cui per primo rideva.
Poi ridiventava il
banchiere. Riceveva, sbrigava, seguiva, vedeva. Andava a presiedere il comitato
e le sue decisioni erano esemplari. La grande Comit l'ha fatta lui. Passino,
dunque, i peperoncini.
Il quantitativo
richiesto man mano aumentava. .Non tutto si poteva fare a casa. La più fidata
per un'operazione così meticolosa era Giulinella, una popolana molto bella, nera
di capelli, madre di otto figli, un fusto di donna. Essa si sentì subito
investita di una grande responsabilità al punto che ogni volta che passavo
davanti alla sua casa mi chiamava dentro per farmi constatare con che scrupolo
sbrigava il delicato incarico: un figlio stava di guardia al balcone, in modo
da seguire i movimenti del sole per l'esposizione e per il ritiro dei
peperoncini al momento giusto. Giulinella non c'è più, anche lei se n'è andata;
ma a quattro anni di distanza il figlio, per onorarne la memoria, racconta
questo episodio con orgoglio per la fiducia che alla madre era stata accordata
da un pezzo grosso di Milano.
Nei pranzi che la
moglie, signora Lucia, preparava nella sua casa di via Morone - ospiti abituali
La Malfa, Tino, Bacchelli, Titta Rosa e l'architetto Zanini - dove la politica
spesso diventava secondaria all'arte culinaria, e il pettegolezzo letterario
generava risate clamorose e aneddoti sorprendenti, di peperoncini, oltre a
quelli che la signora Lucia aveva «associato» alle pietanze, Mattioli ne
teneva sempre due o tre a portata di mano da spezzare e aggiungere perché, come
diceva lui: «Questo è fonte di salute». Fa bene alla mente, pulisce il fegato,
è il più forte disinfettante intestinale e contiene tutte le vitamine». Sembrava,
mangiando, che facesse una lezione di medicina. Ne parlava anche in banca, alla
sera, quando intorno al suo tavolo Bombieri, Cingano, Russo, Braggiotti, Brusa,
Corna - il vertice della Comit - esausti di economia, discutevano di libri e di
poeti, di edizioni Ricciardi e di Petrarca, di peperoncini e di Guicciardini,
di Benedetto Croce e di belle signore.
Tratto
da Gaetano Afeltra, Spaghetti all’acqua di mare, Avigliano editore
venerdì 6 gennaio 2017
U SCACCARICCHIO – storie di paese di Marilena Ferrara
E' una raccolta di
antiche storielle, narrate all'autrice dalla madre e riscritte in
maniera assolutamente originale, arricchite da un fantasioso corredo
grafico curato dal marito Carlantonio Ciufo, che contribuisce a
rendere piacevole la lettura del testo.
Marilena
nel suo delicatissimo libro ha inteso offrire il suo “tesoretto”
di fiabe, ascoltate nella prima infanzia davanti al grande camino
della casa di famiglia in Basilicata, ai suoi nipoti e pro-nipotini,
amorevolmente attenta al loro sviluppo ed alla loro formazione. Ad
essi quindi dedica il suo libro di fiabe, con l'intento di
trasmettere i messaggi educativi ricevuti e filtrati dalla sua
sensibilità di insegnante, e i moniti a mantenere integro,
attraverso il filo della memoria, il legame che li unisce al grande
focolare della famiglia ed all' antica saggezza del popolo lucano”.
Le
fiabe, infatti, hanno un’importanza essenziale nello sviluppo del
bambino e raccontarle dovrebbe essere un elemento imprescindibile per
tutti i genitori, i nonni, gli
zii, gli insegnanti e gli educatori in
genere. La narrazione di episodi veri o fantastici permette di
trasmettere al bambino quel bagaglio di valori civili e ideali come
l'obbedienza, l'onestà, la disponibilità e la solidarietà verso
gli altri, necessari per un corretto sviluppo della personalità.
I
protagonisti delle fiabe che Marilena trae dalla sua memoria di
bambina, sono personaggi della vita comune, d'altri tempi, è vero,
ma che riflettono ancor oggi lo spirito semplice di personaggi della
quotidianità ricco di rispetto, buon senso, arguzia, ironia.
In
questo viaggio fantastico incontriamo il Cardalana, Filippo con il
suo paniere, Re Pipino, Ndruondolo, Mustaccio, il Gatto Maimone, il
lupo di Gubbio e tanti altri personaggi della fantasia.
Personaggio
d'eccezione è lo Scarcaricchio, denominato anche Monacello, da cui
il titolo del libro, della cui esistenza si ritrova traccia nella
cultura popolare partenopea e lucana tanto che anche Carlo Levi ne
parla nel suo “Cristo si è fermato ad Eboli” descrivendolo come
un essere piccolissimo ed allegro che corre veloce qua e là,
facendo ogni sorta di dispetto.
Nel
libro esso è descritto come “uno
spiritello beffardo vestito da frate, con
cappuccio rosso sulla fronte, gli occhi furbi, un viso da fanciullo”
probabilmente
“lo spirito di qualche bambino morto appena nato e fatto santo”
che continua
a vagare per l'eternità e a fare bonari scherzi agli umani (il
riferimento ai Lari e Penati di romana memoria è chiaro!). Marilena
ricorda che lo Scarcaricchio, ai tempi della sua infanzia, aveva
fatto sentire la sua presenza anche in alcuni luoghi del suo paese e
ci ammonisce che, nel caso dovessimo avere a che fare con tale
“scomodo inquilino”, non
potremmo far altro che
farcene una ragione ed imparare a conviverci.
Verità
inconfutabile anche per noi lettori!
Complimenti,
quindi all'autrice del libro ed a Carlantonio Ciufo per
l'impaginazione e l'armoniosa veste grafica del testo.
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lunedì 28 novembre 2016
Il Circo Massimo e la Torre Moletta
Una bellissima visita domenicale in
città ha offerto un’immersione nella storia di Roma e l’incontro imprevisto
di un falco, forse un lontano discendente di ben più illustri rapaci che qui erano
di casa e a completo loro agio. (vedi le
altre foto in fondo).
Nell’ampia spianata
della Valle Murcia ai piedi, da un lato, del colle Palatino e, dall’altro, dell’Aventino,
sorge l’area archeologica del Circo
Massimo.
Esso fu fondato da
Tarquinio Prisco e costituisce il più grande edificio per lo spettacolo dell’antichità.
Qui si svolgevano manifestazioni pubbliche di ogni tipo, competizioni ippiche,
cacce con animali esotici, rappresentazioni teatrali, processioni religiose e
trionfali. Si estendeva su un area di 600 mt. per 200, con una capacità di
250.000 posti. Fu completamente distrutto nel 64 d.c. dall’incendio di cui fu
incolpato (ingiustamente?) Nerone. Egli
stesso, però, qualche decennio dopo lo ricostruì parzialmente.
Il Senato, per la celebrazione
della vittoria di Vespasiano e Tito, dotò lo stadio di un arco a tre fornici.
Dell’arco trionfale si sono salvate dalle ingiurie del tempo qualche tronco di
colonna ed alcune lastre di marmo che recano ancora indecifrabili iscrizioni
Sul lato curvo dove
sorgeva la cavea, oggi svetta una costruzione medioevale: la Torre Moletta. Fu chiamata così perché ad
essa fu addossato uno dei tanti mulini che sorsero nell’area de circo per
sfruttare per le loro macine la corrente delle ruscello detto Acqua Mariana il
cui corso, nel XIII secolo, fu convogliato nell’area del circo.
Ai piedi della Torre
sono oggi visibili gli unici reperti del Circo Massimo: le gradinate della
cavea con ambienti affiancati, in origine di tre piani. Verso l’esterno sono i
resti della strada basolata che girava intorno a tutta l’area nonché una grande
vasca in travertino forse utilizzata come abbeveratoio, ed alcune stanze
utilizzate come botteghe, lavanderie o locande.
mercoledì 2 novembre 2016
2 Novembre - Riflessioni
Ognuno sta solo sul cuor della terra
trafitto da un raggio di sole
ed è subito sera
(Salvatore Quasimodo)
martedì 1 novembre 2016
Un'altra attrazione a Gaeta
Inaugurata la tanto attesa "Fontana artistica" sul centralissimo lungomare Caboto.
Ad ornamento della fontana, che con giochi d'acqua ed effetti luminosi arricchisce ed esalta il già spettacolare paesaggio urbano, è posta la scultura di San Francesco che predica ai gabbiani, opera dell'artista Ruggero Di Lollo. La scultura in bronzo dorato, si ispira celebra la storica visita che il santo fece alla città nel 1202.
Il sindaco Mitrano ha "tagliato il nastro" alla presenza di un'imponente folla di cittadini (si stima circa 2000) e delle autorità civili e religiose, oltre agli esponenti politici locali.
giovedì 27 ottobre 2016
IL CENTRO CONGRESSI DELL’EUR - LA NUVOLA DI FUKSAS
Il Centro Congressi
dell’Eur è ora una realtà. Dopo 18 anni saraà finalmente inaugurata la Nuvola,
creazione dell’architetto Massimiliano Fuksas con la collaborazione di Doriana
Fuksas.
Il progetto fu
assegnato all’archistar nel 1998 a conclusione di un concorso del Comune di
Roma a cui, per la verità, parteciparono pochissimi altri concorrenti, forse
perchè perplessi sulla fattibilità di un’opera di tali dimensioni e complessità.
Il nuovo centro diventerà, insieme all’edificio già esistente realizzato da
Alberto Libera, il fulcro del sistema congressuale di Roma.
Pochi dati ma
significativi per illustrare la grandiosità dell’opera: il Centro sorge su
un’area di 27000 mq tra Viale Europa,Viale Colombo e Viale Asia, è una struttura
di 58.000 mq dimensionata per accogliere 10.000 persone. E’ previsto un albergo
di 600 stanze ed un auditorium di 1.800 posti, due sale congressi
rispettivamente di 5.000 e 3.000 mq. da adibire a mostre temporanee.
L’edificio che
accoglie la Nuvola è una semplice (per modo di dire) scatola, un
parallelepipedo di acciaio largo 75 mt., lungo 198 mt. e largo 30 mt. La
Nuvola, invece, è realizzata in acciaio e teflon e, sostenuta da una fitta
maglia di nervature di acciaio, e’ sospesa a mezz’aria tra il pavimento e il
soffitto, all’interno dell’edificio- involucro, la quantità di acciaio che
possiede è 3 volte quella utilizzata nella realizzazione della Torre Eiffel.
Costo 239 milioni di euro contro 275 previsti dalla gara d’appalto.
Roma ora può contare
su un adeguata struttura capace di dare una risposta alla crescente domanda di
turismo congressuale con notevoli ricadute sull’economia della città; un’opera
architettonica che insieme all’Auditorium di Renzo Piano, al MAXXI di Zaha
Hadid, ad un secondo Auditorium in fase di realizzazione da parte di Paolo
Portoghesi ed il rifacimento dei Mercati Generali ad opera di Rem Koolhass fa
ripartire un ciclo di grande architettura contemporanea a Roma riportandola al
livello delle principali capitali europee.
Una grande
realizzazione, dunque, ma l’architetto è amareggiato per la fredda accoglienza
della conclusione della sua creatura dovuta a ragioni certamente a lui non
imputabili. Anche scarsa è la pubblicità che è stata data all’annuncio dell’inaugurazione
sabato 29 c.m.
Nel corso di
un’intervista all’agenzia Ansa Fuksas in data 25 ottobre 2016 ha così espresso
la sua amarezza: “Non so nemmeno se ci
sarò all’inaugurazione, non so cosa ci sarà, non lo sa nessuno, sembra un
mistero “. A chi gli chiedeva se avesse in programma altri progetti per
Roma, ha risposto “Mi volete male! No, e
no, non ho altri 18 anni da aspettare. Per nessuna delle opere che ho
realizzato in tutto il mondo- ha aggiunto- ci sono voluti 18 anni, nessuna”.(fonte Ansa).
Grandi ed importanti
opere, l’architetto Fuksas ha realizzato in tutto il mondo, opere che
riflettono la sua concezione di architettura intesa come forma d’arte in cui
esprimere il proprio senso del bello. L’artista nel rispondere ai bisogni
concreti della città deve anche saperne interpretare il “cuore” che si nasconde
nelle sue pieghe, nei suoi interstizi, nei suoi flussi e tensioni di energie.
Egli, nel rispondere alle richieste della sua committenza, deve saper anche
rischiare nell’offrire soluzioni tecniche all’avanguardia che possano rendere
le nostre città vivibili.
Il maestro crede che l’architettura
che diventa autoreferenziale, copiando se stessa non comunica più nulla. E’
necessario, dunque, un processo inverso,mettere in discussione convenzioni e
formalismi radicati. Il risultato è un’architettura nuova e anticonvenzionale
la cui vera innovazione sta nel processo creativo.
Nelle sue opere Fuksas
usa soluzioni spettacolari e suggestive; utilizza materiali inusuali che
contribuiscono a rendere lo spazio fluido e immateriale, resine epossodiche
lucidissime che spandono una diffusa luminosità delle superfici, vetri colorati,
teflon, essenze legnose particolari e naturalmente vetri e acciai speciali che sostenegono
le strutture con fitte maglie di nervature.
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