lunedì 6 ottobre 2025

Marino, la 100^ Sagra dell'uva e la Commemorazione della Battaglia di Lepanto

 Ieri 5 Ottobre 2025 si è svolta a Marino Laziale la 100^ Sagra dell'uva e la commemorazione della Battaglia di Lepanto che nel 1571 che vide vittoriosa la flotta pontificia contro i Saraceni. 

Bellissima manifestazione con tanta gente, tanti giovani, un imponente corteo con figuranti in costumi, sbandieratori e trombettieri.

Inoltre i fiumi di Vino di Marino, uve e le famose e tradizionali Ciambelle al Mosto hanno fatto da corollario alla serata.


Alcune foto










giovedì 25 settembre 2025

LE CIAMBELLE AL MOSTO DI MARINO

 




La Ciambella al mosto di Marino, città dei Castelli romani, è il dolce tipico della tradizione contadina castellana. Figura tra i prodotti tipici locali; legata alla vendemmia autunnale quando si utilizza il mosto d'uva  fresco per creare dolci semplici e profumati. 

La ricetta di questo semplice e fragrante dolce, è antica e  sembra sia stata donata a San Francesco d'Assisi da Jacopa de' Settesoli (Fra Jacopa) della famiglia Francipane, feudatari di Marino nel Medioevo, per ringraziarlo di averle trovato alloggio a Roma presso una comunità francescana .

E' dunque questa la ragione per cui la Ciambella al Mosto è così legata alle tradizioni di Marino che la inserisce, agli inizi di Ottobre, nella sagra dei prodotti tipici locali.


  • Jacopa Settesoli, ossia Giacoma Francipane 
  • conosciuta come fra' Jacopa,  naque a Roma
  •  nel 1190-  e morì ad Assisi nel  1239 









La ricetta delle Ciambelle al mosto   

  • Circa 1kg - 1kg ½ di farina
  • 1.      1 cubetto e ½ di lievito di birra
  • 1 tazza di mosto
  • Aggiungere farina fino a consistenza della pasta e fare un panetto. Farlo lievitare fino a raddoppiare il volume.
  • 2.      Rimpastarlo aggiungendo ancora una tazza di zucchero, una tazza di mosto + farina fino a fare un panetto. Farlo lievitare come prima
  • 3.      Mettere la farina a fontana,  al centro il panetto lievitato, 1 busta o 1 busta e ½ di uvetta rinvenuta con mosto e zucchero, 250 gr di gradina ammorbidita e altro mosto fino a raggiungere la morbidezza desiderata.
  • 4.      Preparare ciambelle di circa 6 cm di diametro,  metterle ben distanziate nella teglia su carta forno e farle lievitare coperte tutta la notte.
  • 5.      Cuocere in forno1a 180-190°
  • 6.      Sciogliere lo zucchero nel mosto (tipo sciroppo) e spennellare le ciambelle ben calde



 Dove acquistarle a Marino

Dal Nasone  Via Roma 84 Marino 

Piccolo forno Frezza, Piazza San Barnaba 3


 

 

 


martedì 23 settembre 2025

I TAGLIOLINI COTTI NEL LATTE

 La tradizione dei tagliolini cotti nel latte ha radici profonde nella cultura pastorale e religiosa del Sud Italia, Questa tradizione è legata al mondo della pastorizia.

La tradizione sembra aver origini in Basilicata e diffusasi anche in Campania in particolare in Irpinia e Cilento, dove il latte era considerato un dono prezioso.

Questo piatto, noto come Tagliolini dell’Ascensione, veniva preparato in occasione della festività cristiana dell’Ascensione, quando i pastori distribuivano gratuitamente il latte ai compaesani per via di una credenza diffusa: si pensava che cagliare il latte in quel giorno avrebbe causato la sterilità degli animali.

La ricetta prevede la cottura dei tagliolini freschi direttamente nel latte di capra (o vaccino), con l’aggiunta di zucchero e cannella, creando un piatto semplice ma ricco di significato. Questa tradizione è legata al mondo della pastorizia, dove il latte era considerato un dono prezioso simbolo di abbondanza e protezione, rappresentava un dono prezioso nelle comunità contadine, e cucinare la pasta con il latte era un modo per celebrare la festività e augurarsi prosperità.

La ricetta è semplice e genuina: i tagliolini freschi fatti in casa vengono cotti direttamente nel latte, spesso con l’aggiunta di zucchero e cannella, e buccia di limone creando una crema vellutata grazie all’amido della pasta. Il latte,

Oggi questa tradizione è meno diffusa, ma resta un piatto dal sapore unico e dalla storia affascinante. 



martedì 9 settembre 2025

La Rievocazione storica della Fiera di Grottaferrata


Rievocazione storica della Fiera di Grottaferrata







Ha luogo in questo principio di settembre (6-7, 14-15) a cura dell’associazione “Ce steva ‘na vota” la Rievocazione Storica della famosa Fiera di Grottaferrata, che ebbe origine nell’anno 1000 -1100 quando folle di fedeli e mercanti si recavano in visita all’Abazia di San Nilo e lì si scambiavano beni e prodotti enogastronomici, manufatti artigianali e artistici.

La Rievocazione storica è un evento che celebra sia San Nilo, patrono della città castellana, sia le tradizioni della comunità, in un contesto di cortei, danze in costume, cibo e musica popolare.

La manifestazione trasforma il Fossato dell’abazia in un palcoscenico di emozioni, cultura e folklore. con la dimostrazione di antichi mestieri artigiani: fabbri, tessitori, falegnami, vasai, ecc. che riportano in vita tecniche di lavorazione del tempo come ad esempio la produzione della carta. Non manca la cucina locale e tanta musica folk, balli di gruppo e canti.

 

Attualmente la moderna Fiera Campionaria di Grottaferrata ha luogo all’inizio della primavera (marzo, aprile). Nel tempo la sua importanza è tanto cresciuta che negli anni sessanta del secolo scorso è stata riconosciuta come Fiera Nazionale specializzata nella promozione e commercializzazione di macchine agricole e si è arricchita di vari settori legati specialmente all’agricoltura e all’enogastronomia. Offre una vetrina delle eccellenze locali e delle attività artigianali. Nel secolo scorso esponeva anche competenze legate alla conservazione e restauro di libri antichi, attività che costituiva un’arte unica e preziosa svolta fino a pochi decenni fa dai monaci dell’abazia.

La Rievocazione storica, quindi, è un evento da non perdere


























 


giovedì 4 settembre 2025

Tuscania ed un impressionante incontro nella sua necropoli







Ho di recente visitato la necropoli di Tuscania, cittadina laziale di  origini etrusche in provincia di Viterbo.
La necropoli si trova nei pressi di una piccola chiesa rinascimentale e si sviluppa su tre gradoni lungo il pendio, al primo livello si trova la famosa Grotta della Regina, subito al di sotto un gruppo di tombe a camera di epoca arcaica e all’ultimo livello le tombe della Famiglia Curunas e la Tomba del Sarcofago delle Amazzoni di epoca ellenistica.
La necropoli è stata oggetto di scavi archeologici condotti dalla famiglia Campanari di Tuscania agli inizi dell’ottocento.
Gli ipogei hanno un impianto monumentale ben visibile dalla valle dove scorre il fiume Marta, e testimoniano l’importanza sociale ed economica della famiglia Curunas. A confermarlo sono gli oggetti rinvenuti che costituiscono un raro e prezioso esempio di corredo funerario etrusco, come i raffinatissimi bronzi, un sontuoso servizio da mensa oltre ad una pregevole serie di ceramiche a figure rosse ora conservati al Museo Archeologico di Tuscania.


Molto suggestiva è la Grotta o Tomba della Regina. Prende il nome dalla leggenda narrata dall’archeologo Secondiano Campanari secondo cui al momento della scoperta su una parete della tomba venne vista l’immagine dipinta di una fanciulla, forse una giovane regina, immagine dissoltasi poco dopo.

La Grotta fu resa famosa soprattutto dai racconti di viaggio dello scrittore inglese G. Dennis del 1842 e la sua notorietà è dovuta soprattutto alla sua particolare e complessa planimetria contraddistinta dalla presenza di numerosi cunicoli che si dipartono in più direzioni e si sviluppano su tre livelli. Il loro significato resta ancora da spiegare perché la struttura dell’ipogeo è completamente differente dalle altre tombe e ne fa supporre l’utilizzo come luogo di culto.

Nel corso della visita sono stato attratto da una strana farfalla che posata su di una foglia sembrava non accorgersi dell’inevitabile scompiglio che la visita le arrecava. Sul suo dorso, lugubri e grandi ali nere ed in più, strane macchie bianche che con un minimo di fantasia richiamavano l’immagine di ossa umane. Una figura che incuteva paura. Incredibile!


Al rientro a casa  ho consultato enciclopedia ed ho appreso che si trattava dell’Arctia Villica (Linnaeus 1758), un lepidottero particolarmente attivo  di notte, chiamato anche Sfinge dalle ossa di morto.

Nel testo consultato ho letto anche che le farfalle hanno una potente simbologia, son considerate metafore viventi di tutto ciò che è effimero e incostante, nell’arte poi le farfalle sono simbolo della spiritualità dell’anima, capace di liberarsi dalla materia bruta così come le loro crisalidi si liberano dal  bozzolo.

Anticamente le farfalle erano collegate al culto di Moira, la dea della rigenerazione, simbolo di morte e resurrezione. Per i popoli antichi come Romani, Greci, Celti e dell’Irlanda e per gli Aztechi era diffusa la credenza che le anime dei morti si tramutavano in farfalle così come in Italia si ritiene che le anime dei morti trasmutate in farfalle si avvicinano ai luoghi della loro vita.

 Quindi, dopo queste letture come non pensare, anche se per un momento, che quella strana farfalla incontrata sulla tomba della Regina ospitasse l’anima di quella graziosa fanciulla che, disturbata dagli archeologi durante i loro scavi, aveva inspiegabilmente fatto dissolvere la sua immagine. Era sì scomparsa dagli affreschi della parete ma il suo spirito restava ancora vigile sotto forma di farfalla a sorvegliare la sua dimora.

Forse la suggestione del posto, l’oscurità di quei cunicoli sotterranei, quelle nicchie che un tempo accoglievano persone defunte, la leggenda della fanciulla la cui immagine si era inspiegabilmente dissolta e la presenza di una lugubre farfalla definita, per altro, “Sfinge dalle ossa di morto”, mi hanno particolarmente colpito e, non lo nascondo, un tantino impaurito. 
 
 



 

giovedì 7 agosto 2025

Nicola Maria Magaldi nel libro di Giuseppe Aloisio




Una lettera - recensione al libro.

Caro Pinuccio, sarebbe stata mia intenzione scriverti subito dopo aver ricevuto via e-mail l’anteprima del tuo libro sulla vita e ed il vissuto di Nicola Maria Magaldi (1822-1861), politico e patriota lucano, ma, la difficoltà di leggere su di uno schermo di computer hanno vanificato il mio proposito.
Innanzi tutto grazie per avermi inviato il libro in versione cartacea e per aver pensato a me. Anche io ho vivo l’interesse ad approfondire fatti e storie che alla luce degli avvenimenti che si sono susseguiti hanno offerto spunti per la interpretazione diverse da quelle canonizzate dai libri di storia.
Ho letto con molto interesse il tuo libro che, per la chiarezza dell’esposizione dei fatti narrati, nella serenità del giudizio per la valutazione degli episodi, con stile sobrio ed incisivo hanno reso la lettura scorrevole ed interessante.
Ho molto apprezzato l’impegno che hai posto nella ricerca della documentazione e nella ricostruzione degli eventi storici, di talché il libro costituisce a mio avviso un’importante pagina di storia risorgimentale della nostra regione, la Basilicata, ed un contributo offerto al lettore affinché questi possa approfondire ed esprimere, alla luce degli eventi storici che si sono susseguiti nel corso di ben centocinquant’anni, un personale ed obiettivo giudizio. La storia, infatti, ha una profonda valenza culturale, ci insegna da dove veniamo, le nostre radici, su quali valori morali e civili si basa la nostra società. “La storia, come ci ricorda Cicerone, è “testimonianza del passato, luce di verità, via della memoria, maestra di vita, ……..”

Nel tuo libro appare chiara e limpida la figura di Nicola Maria Magaldi, uomo di eccelso spessore culturale, politico animato da profondo amor di patria che seppe interpretare e rappresentare nelle istituzioni in cui fu chiamato a svolgere ruoli importanti, le istanze della comunità lucana in un delicato momento in cui la declinante monarchia borbonica cedeva il passo alla nascente unità nazionale.
Uomo  che amava profondamente la nostra terra e onesto liberale che non approfittò minimamente della propria posizione come uno degli artefici della insurrezione della Lucania e della costituzione del suo governo provvisorio. Dopo averne fatto parte come segretario lasciò ogni incarico e ritornò alla sua vita di avvocato.
Purtroppo la rivoluzione liberale della Lucania si rivelò una rivoluzione a metà in quanto il conservatorismo dei nuovi governanti deluse le aspettative della grande massa della popolazione conservando lo status quo”, facendo nulla per migliorarne la condizione di estrema povertà ed oppressione, per innalzarne il livello di istruzione, per promuovere riforme sociali ed economiche, per favorire la mobilità collegando, grazie ad opportune infrastrutture, le zone interne con il resto della regione e con le regioni limitrofe al fine di favorire gli scambi ed il commercio.
Tutto ciò non fece che inasprire gli anime delle masse che non riscontravano miglioramento alcuno nelle loro misere condizioni di vitae di lavoro, anzi si sentivano ancora più oppresse.
Nicola Maria Magaldi, come altri liberali che erano stati ispiratori e promotori della rivoluzione, rimase colpito dai moti di ribellione delle masse contadine che diedero origine al brigantaggio che caratterizzò la storia della Lucania per un decennio.
Il suo essere un convinto ed onesto liberale lo avrebbe sicuramente portato ad operare politiche più favorevoli al benessere della popolazione e non già, come accadde a tradirne le aspettative, dopo suscitate con promesse di giustizia sociale.
Tanta stima godeva da parte della popolazione che venne eletto a grande maggioranza consigliere provinciale per il mandamento di San Chirico Raparo, incarico che non riuscì neppure ad intraprendere dal momento che la morte lo colse a soli 39 anni di età.

 Le vicende della vita di Nicola Maria Magaldi offrono non pochi spunti e parallelismi con quella del mio avo Francesco Paolo Castronuovo che anch’io ho raccontato nel mio libro (1) , vissuto nel vicinissimo Carbone,  nel medesimo periodo storico e, come il protagonista del tuo libro, annoverato da Tommaso Pedio tra i patrioti lucani. Si distinse per essere stato un valente giurista, letterato, per la nobiltà dei suoi ideali e trasparenza di vita. Si prodigò e lottò per quello che credeva essere il bene della sua comunità e per realizzare un’Italia migliore. Anche il mio avo, come ti è noto, subì persecuzioni dall’opprimente polizia borbonica; anch’egli partecipò attivamente ai moti insurrezionali del 1948 subendo più volte condanne per aver fomentato la rivolta di operai e dei contadini che rivendicavano l’usurpazione delle terre da parte dei baroni e dei latifondisti.
Caro Pinuccio, scrivo queste poche righe per complimentarmi del tuo lavoro ed esprimerti i sensi della mia stima ed amicizia.

Pino Ferrara

      Nota 1   Francesco Paolo Castronuovo - giurista, letterato e patriota lucano









venerdì 27 ottobre 2023

"La cattura di Cristo" di Caravaggio"


La Presa di Cristo

Di proprietà della comunità gesuita di Dublino, la tela è in prestito a tempo indeterminato nella National Gallery of Ireland di Dublino ed ora giunta ad Ariccia, comune situato nel cuore del Parco dei Castelli Romani. Durante il soggiorno romano dell’artista, Ciriaco Mattei commissionò al Caravaggio il dipinto. Suo fratello, il cardinale Girolamo Mattei ne avrebbe suggerito il soggetto con il Bacio di Giuda, l’iconografia e l’ambientazione. Il 2 gennaio 1603 il committente lo pagava centoventicinque scudi.
L’azione è raffigurata su una tela posta in orizzontale. Gesù è raffigurato immobile e dimesso; Giuda lo schiaccia. Il centro visivo del quadro è formato dalle due teste contrapposte dei protagonisti. Il perno compositivo della scena è fissato dai volti del Cristo, che prefigura i patimenti e la sua Passione, di Giuda e di San Giovanni, che è colto in fuga, dal viso bloccato in un urlo, che presagisce le sofferenze del Messia che seguiranno alla sua Cattura.
Sul lato destro del quadro un uomo, che assiste alla cattura di Gesù e che illumina la scena con una lanterna, avrebbe le sembianze del Caravaggio stesso. La lanterna in mano al Caravaggio, secondo un altro storico d’arte Maurizio Marini, ricorderebbe Diogene e la ricerca della fede e della redenzione a cui il pittore tendeva. La frenesia dell’insieme, data dallo sbilanciamento delle figure e ravvisata dai guizzi di luce sulle corazze dei soldati, rende il fare concitato e dinamico della scena.

Il quadro è stato ritrovato a Dublino nel 1990 da Sergio Benedetti, curatore della National Gallery of Ireland, che aveva ricevuto l’incarico di esaminarlo da Padre Noel Barber, al fine di poterne effettuare un restauro a scopo commerciale. Non appena furono rimossi i primi strati di depositi superficiali emerse chiaramente la maestria con cui era stato realizzato, e si incominciò a ipotizzarne l’attribuzione al Caravaggio. Nella Presa di Cristo c’è l’autoritratto di Caravaggio. È la prima volta in assoluto che Caravaggio si inserisce in una sua composizione con una funzione così importante. Il suo autoritratto, difatti, compare anche in altri dipinti, come il Martirio di San Matteo. Quello che ammiriamo nella Presa di Cristo è il terzo autoritratto del Caravaggio all’interno di un suo dipinto, ma la prima in assoluto con una funzione importante, proprio per il significato del dipinto.

 

sabato 13 agosto 2022

UNA GITA FUORIPORTA - RIVODUTRI

 


  
  
  
E' un patrimonio ambientale naturale di grande bellezza, sede ideale per una gita o un weekend dedicati alla natura.  Sorgenti di acqua pura e limpida nella Riserva Naturale dei Laghi Lungo e Ripasottile, in provincia di Rieti. Mulino ad acqua funzionante, percorsi nella natura, fauna ittica e finanche un presepe subacqueo.
 
 
Cascatelle di acqua fresca e limpida, il suono rigenerante e rilassante dell'acqua che scorre, vegetazione rigogliosa, cigni che fanno il bagno e pesci che guizzano visibili nella trasparenza dell'acqua. Definire le Sorgenti di Santa Susanna, a Rivodutri in provincia di Rieti, una meraviglia della natura è per una volta, senz'altro appropriato. Le sorgenti costituiscono un magnifico esempio di ricchezza ambientale ancora incontaminata, tanto da essere stato stato dichiarato patrimonio ambientale e monumento naturale dal 1977.

Le sorgenti fanno parte della Riserva naturale dei Laghi Lungo e Ripasottile, e nascono nei pressi del paesino di Rivodutri, nella piana del Reatino, già dai tempi dei Romani se ne apprezzavano la bellezza e l'utilità. Citate da Varrone e Cicerone, nell'VIII Secolo il console Pipino il Breve vi fece costruire un mulino per produrre farina che ancora oggi è esistente e funzionante.

Sono tanti gli animali che frequentano le sorgenti. Dalla fauna ittica, trote, gamberi di fiume, visibili grazie alla eccezionale trasparenza dell'acqua, agli aironi cenerini ai cigni e gallinelle d'acqua che fanno il bagno. Passeggiando tra i sentieri pedonali genitori e bambini possono apprezzare il parco botanico, ammirare l'edicola votiva dedicata a Santa Susanna martire nei tempi dell'Imperatore Diocleziano, e ogni anno prima di Natale, il celebre presepe subacqueo che il Club Sommozzatori Rieti allestisce sui fondali con statue in vetroresina alte 1,30 metri visitabile fino all'inizio di gennaio. Con l'illuminazione dei fari e i riflessi generati dalle acque limpidissime della sorgente, lo spettacolo è di quelli che difficilmente si dimenticano. 


 

sabato 19 marzo 2022

Lapide quadrilingue a Palermo Castello della Zisa

LAPIDE QUADRILINGUE DI PALERMO - SIMBOLO DI CONVIVENZA PACIFICA E TOLLERANZA TRA I POPOLI
La Lapide quadrilingue (di appena 40 cm e databile fra il 1149 e il 1153) è una preziosa testimonianza della storica capacità della Sicilia di essere crocevia di popoli.
Si tratta di una lapide marmorea esagonale, ripartita in cinque riquadri, che ricorda in quattro lingue (giudeo-arabo in alto, latino a sinistra, greco a destra ed arabo in basso) la morte di Anna, la sua prima sepoltura nella cattedrale di Palermo nel 1148 e la sua traslazione, l’anno successivo, nella cappella funeraria fatta edificare dal figlio in San Michele.
Il riquadro centrale reca, inscritta entro un cerchio, una croce greca, realizzata con intarsi lapidei policromi, e le iniziali IC XC NI KA, “Gesù Cristo vince. Anna madre di Grisanto, prete del sovrano normanno Ruggero, morì nel 1148. Le date presenti nelle quattro versioni sono ciascuna con il computo del proprio calendario, corrispondenti al 1148 latino: 4904 ebraico, 6658 greco, 543 arabo.
Probabilmente la Lapide quadrilingue, a forma di esagono irregolare, costituiva l’estremità di un sarcofago. Testimonianza della molteplicità di culture della Palermo normanna, la lapide, per il fatto stesso di essere scritta in quattro lingue, riportando i diversi sistemi di datazione dei calendari in uso presso ciascuna comunità, e per la formula finale di invocazione di misericordia per coloro che leggono è assurta a simbolo di convivenza e tolleranza tra i popoli. Questo prezioso manufatto è conservato nel Museo d’arte islamica di Palermo, nel Castello della Zisa e raccoglie oggetti d’arte islamica della Sicilia e dell’area mediterranea, prodotti tra il IX e il XII secolo.

sabato 21 agosto 2021

La Scuola Medica Salernitana

incontro di culture e condivisione di saperi fiorito sulle sponde del Mar Mediterraneo

 

 Ippocrate e Galeno discorrono di medicina Affresco

 

Come poteva il Blog non parlare del mio saggio “La Scuola Medica Salernitana, incontro di culture e condivisione di saperi  fiorito sulle sponde del Mar Mediterraneo” edito da Passerino ed. in formato e-book ma reperibile anche in cartaceo (per chi ama la lettura tradizionale) su Amazon?

 

 

 Nel saggio è descritto l’incontro che si verificò nell’Alto Medioevo tra popoli di etnie, lingue e culture diverse che vennero in contatto con traffici e scambi di ogni genere nel loro comune mare, il Mediterraneo.

Arabi, Greci, Persiani, Bizantini e Latini non frapposero tra di loro barriere o steccati ideologici di alcun tipo ma, senza preclusione alcuna, collaborarono pacificamente mettendo in comune le proprie conoscenze nel rispetto delle reciproche identità.

 Una “rivoluzione culturale” fatta di inclusione, condivisione, coinvolgimento, avvenuta nel Medioevo, un’epoca ingiustamente ritenuta buia ma  in realtà ricca di fermenti culturali, resa possibile grazie alle caratteristiche intellettuali  nel senso più ampio del termine delle varie identità.

L’incontro tra popoli mediterranei si concretizzò nella nascita della Scuola Medica Salernitana, ritenuta la prima e più ragguardevole università del Mondo occidentale e il più importante luogo dove la medicina trovò pratica applicazione; la sua leggendaria nascita, evoluzione e storia costituiscono parte del saggio.

Non si può nell’ambito di questa Istituzione sottacere l’importanza che vi rivestirono grandi personaggi:

·         Alfano I, abate di Montecassino e poi arcivescovo di Salerno,  ne fu il principale ispiratore e regista; convinto com’era dell’ unicità del sapere, si adoperò perché la cultura greca e araba potessero interagire e dar vita a nuove conoscenze;

·         Costantino l’Africano, monaco benedettino, ebbe un ruolo fondamentale nel recupero di saperi ormai ritenuti perduti; egli, grazie alle sue conoscenze  e alla traduzione di antichi manoscritti dall’arabo,  restituì al mondo occidentale i testi scientifici di Aristotele e Ippocrate, rendendoli nuovamente fruibili;

·         il filosofo Avicenna con le sue teorie  influenzò profondamente  i principi su cui fino ad allora si basavano le teorie medico- scientifiche; tale fu l’importanza della sua opera maggiore, il Canone della Medicina,  che essa costituì  per secoli  una fondamentale guida per l’arte medica  e gli fece guadagnare l’appellativo di “padre della medicina moderna”;

·         la medichessa  Trotula ebbe un ruolo di primaria importanza  al  pari di medici uomini;  la sua sapienza ebbe vasta risonanza nel mondo scientifico e la rende oggi un’ icona del movimento femminista; a lei  si devono trattati di medicina  con i quali precorse i fondamentali dell’ostetricia e della ginecologia;

·         Matteo Silvatico , botanico,  ispirandosi ai principi di Galeno,  studiò e catalogò le erbe officinali da usare a fini terapeutici  coltivandole egli stesso  nel Giardino dei Semplici, primo esempio di orto botanico universitario.

La lettura del saggio offre molti spunti di riflessione e fa man mano scoprire al lettore che parecchi concetti della medicina contemporanea furono concepiti in quell’ambito, uno per tutti la visione “olistica” dell’organismo umano, che considerava fondamentale ai fini della guarigione  la conoscenza del paziente nel sui complesso,  principio su cui si basa la  moderna psicosomatica.

Il saggio è arricchito di curiosità, leggende e storie romantiche che alleggeriscono e rendono più coinvolgente la lettura.

 


martedì 3 agosto 2021

LA PASQUA E LA CORRETTA DATAZIONE DELLA CROCIFISSIONE DI GESU’ CRISTO

 

 


                       Ruth Woroniecki – Crocifissione d Cristo

 

Anche quest’anno, così come in quello precedente, abbiamo trascorso una Pasqua diversa da quelle gioiose a cui eravamo abituati: non più le gite fuori porta sotto il sole di primavera, l'allegria delle gaie e chiassose tavolate con parenti ed amici, solo tristezza e solitudine; una vita sospesa in un eterno presente senza la possibilità di guardare con fiducia al futuro.

Chi l'avrebbe detto che questa pandemia da Covid-19 sarebbe durata così a lungo! L’anno scorso ci eravamo illusi che con l’arrivo della bella stagione avremmo potuto superare il momento critico. L’arrivo dei mesi estivi ci aveva, infatti, ridato fiato e fiducia. Poi però le cose sono andate di nuovo male e siamo ripiombati in questa situazione di crisi sanitaria, economica e, non meno grave, psicologica.

Resta solo la speranza che questo difficile periodo che stiamo vivendo diventi solo un brutto ricordo con il ritorno alla normalità  e che la Pasqua, simbolo per eccellenza del rinnovamento e della rinascita possa  tornare ad essere occasione di gioia.

Ma cos’è la Pasqua?

E’ la commemorazione della resurrezione di Cristo dopo la sua morte per crocifissione che attualmente viene festeggiata dalle chiese cristiane nella domenica successiva al plenilunio che segue l’equinozio di primavera.

A stabilirne la data fu il primo concilio ecumenico tenutosi a Nicea nel 325 d.C., presieduto da Costantino che, con l’intendo di raggiungere un accordo in sede dogmatica, viste le continue controversie, in particolare quella ariana, che minavano l’unità religiosa della Chiesa, individuò la data della ricorrenza pasquale in maniera autonoma da quella ebraica. La Pasqua cristiana, sebbene tragga origine da essa, ha significati simbolici e valori spirituali del tutto diversi in quanto la Pèsach o Pesah ricorda la liberazione del popolo ebraico dall'Egitto e il suo esodo verso la Terra Promessa.

Per tradizione la Pasqua ebraica coincideva con l’equinozio di primavera e veniva celebrata il 15 del mese di Nisan, primo mese dell’anno secondo il calendario ebraico,  e  giorno del plenilunio. Per il calendario ebraico, infatti, i mesi dell’anno avevano inizio con la fase di Luna nuova e pertanto il 15° giorno del mese coincideva con il plenilunio. Nisan, inoltre, secondo l’attuale calendario corrispondeva al mese di Marzo o di Aprile a secondo della fase lunare.

Ma come è determinata la data della Pasqua cristiana?

Come detto la Pasqua cade sempre nella giornata della domenica successiva al primo plenilunio dopo l’equinozio di primavera (21 marzo). Quindi, per determinare la data in cui cade la Pasqua, occorre considerare la periodicità delle fasi lunari e la coincidenza dell’equinozio con la luna piena; di conseguenza, il periodo in cui può collocarsi la sua data va dal 22 marzo al 25 aprile. Si parla di Pasqua bassa se questa cade in prossimità del 22 marzo e di Pasqua alta se cade in prossimità del 25 aprile.

Per quanto riguarda la precisa datazione in cui si svolsero i drammatici fatti della morte e resurrezione del Cristo, sono state nel tempo avanzate diverse ipotesi, basate su studi sia testuali che astronomici e perfino geologicici, pubblicati su riviste di settore, una per tutte quella sulla rivista internazionale Geology Review in cui è presente uno studio del geologo Jefferson Williams della società di consulenza nordamericana Supersonic Geophysical sui movimenti tellurici nella zona del Mar Morto, per indagare sul devastante terremoto avvenuto in concomitanza con la crocifissione e di cui parla Matteo nel suo Vangelo.

Sul tema così dibattuto ho letto di recente anche un interessante articolo riportato ora sui media, ma pubblicato sulla rivista internazionale di scienza Nature del 2 dicembre 1983 da John Humphreys e W.G.Waddington, illustri scienziati e professori in università britanniche, ambedue cultori di sacre scritture, ed in particolare della Bibbia, che mi è sembrato ben argomentato e supportato da dati e notizie precise. Gli studiosi di cui sopra, con l’ausilio di potenti computer, calcoli astronomici e riferimenti biblici, sono riusciti a ricostruire il calendario ebraico nel I° secolo d.C. e ad individuare la data della Crocifissione di Cristo nel venerdì 3 aprile dell’anno 33 d.C. all’ora “nona” ossia alle ore 15

Alla base dei calcoli fatti da Humphreys e Waddington  ci sono gli Annales di Tacito, dove si legge che la Crocifissione avvenne nel periodo in cui Ponzio Pilato era procuratore della Giudea e quindi tra il 26 e il 36 d.C., nonché le citazioni dei Vangeli di Giovanni e di Marco che si limitano a dire che la morte di Gesù avvenne nel venerdì precedente la Pasqua ebraica e quindi il 14 del mese di Nisan.

Proseguendo nella loro ricerca gli studiosi, sulla base di calcoli molto complessi, sono riusciti a risalire ai giorni di novilunio successivi all’equinozio di primavera per tutti gli anni dal 26 al 36 d.C  e di conseguenza hanno stabilito che il 14 di Nisan (come detto giorno antecedente la Pasqua ebraica) ricorreva nei più disparati giorni della settimana, trovarono però che solo il 7 aprile del 30 d.C. e 3 aprile del 33 d.C. il 14 aprile era venerdì.

 Ma in quale delle due date si verificò la crocifissione di Gesù?

La missione di stabilire quale delle due date fosse sembrava impossibile, ma gli studiosi britannici non si persero d’animo e, attingendo a piene mani alle informazioni contenute nelle sacre scritture e grazie alla potenza dei loro calcolatori astronomici, risolsero l’enigma.

Stando a quanto si legge nel Vangelo di Luca, nel giorno della Crocifissione “per tre ore, da mezzogiorno alle tre del pomeriggio, il buio cadde sulla terra” e quindi che in uno dei giorni in causa poteva essersi verificato un’ eclissi di sole totale. Ma purtroppo nessuna eclissi di sole si era verificata e tantomeno avrebbe potuto verificarsi dato che durante il plenilunio il nostro satellite si trova in opposizione al Sole e di conseguenza non è in grado di oscurarlo.

Ma allora di cosa si trattava?

Negli Atti degli Apostoli i nostri scienziati trovarono il richiamo di Pietro ad una profezia di Gioele in cui si afferma che “la Luna sarà mutata in sangue prima che avvenga il glorioso giorno del Signore”. Era questo un chiaro segno che il fenomeno astronomico verificatosi alla Crocifissione di Gesù non fosse un eclisse di Sole, bensì di Luna, anche perché l’accostamento Luna e sangue era spesso utilizzata per indicare la colorazione rosso-rame dell’astro quando, in fase di eclisse totale, va immergendosi nel cono d’ombra della Terra. 

 


 Le Lune di sangue sono state a lungo associate alle profezie della fine del mondo e ad esse erano attribuiti segni di imminenti catastrofi.

Era chiaro allora che si parlava di un eclisse di Luna e non di Sole!

I nostri scienziati Humphreys e Waddington tornarono alla carica andando alla ricerca di eventuali eclissi totali di Luna visibili da Gerusalemme tra il 26 e il 36 d.C. I calcoli fornirono risultati stupefacenti; rivelarono infatti che effettivamente un’eclisse di Luna visibile da Gerusalemme si verificò realmente il 3 aprile del 33 d.C. all’ora nona e cioè alle 15 del pomeriggio.